venerdì 1 giugno 2012

Neotenia: evolversi tendendo alla gioventù.

Noi esseri umani restiamo dei cuccioli di primati che apprendono fino all’ultimo giorno, affrontando situazioni sempre nuove

da un testo di Roberto Weitnauer
 

Neotenia significa tendenza alla gioventù. 

Il termine scientifico designa la permanenza nella forma e nelle funzioni degli organismi viventi adulti di aspetti immaturi dello sviluppo: una sorta di sindrome di Peter Pan biologica.
Ricostruzione dell'aspetto di un bambino di Neanderthal
Ricostruzione dell'aspetto di un uomo di Neanderthal

 I tratti neotonici più evidenti nell'essere umano riguardano la carenza di peli e la testa grande in rapporto al corpo; sono fattori che ci rendono simili agli scimpanzé immaturi o anche a dei bambinoni neandertaliani, come indicano i reperti fossili e sappiamo come l'aspetto immaturo di una specie tende ad essere simile a quello immaturo della specie che la precede dal punto di vista evolutivo, mentre l'aspetto degli individui adulti tende a differire in maniera molto più marcata.
L’aspetto neotenico più rilevante nell’uomo riguarda però l’encefalo. Può fare specie sapere che, paragonato ad altri animali superiori, l’uomo possiede un cervello decisamente immaturo. Si tratta tuttavia proprio di quanto concorre a renderlo così sofisticato. Il sistema neurale umano mantiene infatti per tutta la vita una notevole plasticità residua. Questo significa che le reti nervose non maturano del tutto, assumendo configurazioni circuitali rigide, ma restano suscettibili di plasmarsi con l’esperienza, come fossero una sorta di creta da modellare.
In molte altre specie la plasticità nervosa riguarda più che altro l’inizio della vita. Il celebre etologo Konrad Lorenz mostrò come gli uccelli imparassero a riconoscere i genitori entro un lasso di tempo circoscritto. In genere, lo sviluppo cerebrale degli animali ha delle finestre critiche all’interno delle quali vengono appresi precisi comportamenti, grazie al modellamento delle reti nervose. Trascorsi gli stadi plastici, i circuiti maturano, si cristallizzano e cessano di essere plasmabili. Gli schemi di elaborazione risultano veloci ed efficienti, ma da quel momento in poi anche poco modificabili.
I movimenti dei cuccioli sono tentennanti e imprecisi perché le reti motorie non sono ancora ben configurate. I neuroni, le cellule nervose, competono tra loro e risultano ancora decisamente soprannumerari. Quelli che non riescono a fare parte di qualche rete reattiva vengono eliminati. Come si diceva, la plasticità accompagna i primi passi dei piccoli di varie specie. Il gioco in un ambiente protetto dai genitori non è altro che una serie di esperienze precoci sperimentali che sono necessarie per plasmare il cervello in una configurazione ottimale che poi tornerà utile per tutta la vita. Quando infatti l’individuo matura perde il legame parentale e affronta la vita autonomamente con un assetto cerebrale consolidato dalle esperienze iniziali.
Noi umani abbiano circuiti meno fissi, reazioni lente e meno precise e istinti non altrettanto sviluppati di quelli di molti animali. È lo scotto che dobbiamo pagare all’evoluzione neotenica per disporre di risorse elaborative sempre rinnovate in funzione degli accadimenti ambientali. In un certo senso, restiamo dei cuccioli di primati che apprendono fino all’ultimo giorno, affrontando situazioni sempre nuove. Con ogni probabilità lo dobbiamo un po’ ad alcune trisavole immature, le salamandre come Axolotl che hanno giocato con gli ormoni per diventare delle specie di Peter Pan ben adattati all’ambiente.
Roberto Weitnauer

Nessun commento:

Posta un commento